NIP COVER DESIGN 3
III Classificato per “Yellow. Something in the way”

Oggi vi presentiamo il terzo classificato al concorso NIP Cover design 3: ancora una ragazza, ancora una giovane architetto appassionata e visionaria. Isabella Torniani ci regala in questo testo la sua visione della città tra oggi e domani, nel presente, mettendo subito in chiaro una cosa: la necessità inderogabile di sperimentare, di progettare ogni giorno la realtà che vogliamo.

Con lei si chiude la premiazione ufficiale del concorso e questo primo assaggio dell’immagini che “Yellow. Something in the way” ha evocato nei nostri lettori. A queste ed altre, il nostro blog darà ampio seguito nei prossimi mesi!

Lasciamo alla Cover story di Isabella il compito di guidarci alla scoperta del suo progetto!

Esperimentare la città

Leggendo l’argomento del concorso non riesco a togliermi dalla testa la canzone Something in the Way dei Nirvana, poi inizia un flusso di pensieri che scorrono tra L’immagine della città di Kevin Lynch, Il mondo a piedi di David Le Breton, Ha perso la città di Niccolò Fabi e l’urbanistica in generale; non che questo flusso poi arrivi ad una definizione precisa, fluttua come un percorso ramificato, che un po’ si disperde e un po’ cerca di crescere e produrre qualche frutto.

Oggi «ha perso la città»[1], perlomeno in Italia, si rischia il collasso, un po’ come la società, come le persone che vivono la città e la sperimentano, nel senso più originario del termine, le persone che ogni giorno conoscono la città per esperienza diretta. Ma quanti realmente sperimentano la città? La città di Lynch, così come è percepita dagli abitanti?

C’è chi per lavoro nemmeno esce più da casa, che guarda la città da una finestra, sbirciando dalla propria scrivania, come se fosse una fotografia in movimento, lo stesso punto di ripresa che scorre col passare delle ore e delle stagioni. Chi invece è costretto a fare da pendolare, che la guarda un po’ dall’alto, muovendosi a tratti, dal finestrino di un autobus o di un tram, una visione di chi spesso ha in mano un cellulare, ogni tanto alza lo sguardo e vede un po’ sfocato un tratto di città. C’è chi la guarda da lontano, in treno, una panoramica sempre più rapida del paesaggio che scorre, cambia e si ferma soltanto quando si arriva in stazione. C’è chi la osserva dall’alto, in aereo, come se fosse un modellino, scoprendo forme e misure che prima non conosceva. C’è chi l’aspetta o la saluta da una nave, arrivando in porto, delineando dei contorni che prima erano soltanto immaginazione; c’è chi proprio non la vede, immerso tra la gente in metropolitana, leggendo un libro o il giornale del vicino. C’è chi la guarda dal finestrino di una macchina, quando è costretto a rimanere in coda, poi chi ama sfrecciare per le vie in biciletta, chi gira in vespa le periferie, soffermandosi su alcuni dettagli. Sono tutti strumenti di percezione della città, visioni differenti dello stesso oggetto; la città diventa accessibile nelle sue diverse forme, nei suoi percorsi. Per me la città è soprattutto da esplorare a piedi, conoscere significa camminare, sperimentare in prima persona la città. Muovere un passo dopo l’altro per entrarci dentro, scoprire i suoi percorsi, i suoi paesaggi, le sue persone, suoni, colori, odori, appoggiarsi a un corrimano freddo in ferro d’inverno, passare davanti al fornaio per sentire l’odore del pane, specchiarsi di sfuggita in una vetrina, incrociare gli sguardi dei passanti, mettere il piede in una pozzanghera, sedersi al sole in una panchina e godersi con lo sguardo la città che vive.

 


[1] Fabi N., Ha perso la città, Una somma di piccole cose, Universal Music Italia, 2016



25.LUG.2016      Autore: Redazione
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