"Godi Fiorenza, poi che se' si grande...
...che per mare e per terra batti l'ali
e per lo 'nferno tuo nome si spande"

Nel XXVI canto dell’Inferno, Dante Alighieri si trova nell’ottava bolgia, dove sono puniti i “ consiglieri di frode”, Qui, Dante fa una riflessione sull'ingegno e sul suo utilizzo: l'ingegno è un dono di Dio, ma per il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione, se non è guidato dalla virtù cristiana.

Ecco, a distanza di sette secoli, tale “premonizione” appare simbolicamente avverarsi davanti all’apertura di una voragine lunga circa 300 metri e profonda quasi due metri sul Lungarno Torregiani, a cento metri dal Ponte Vecchio. Le cause sono tutte da accertare, se tale evento sia dovuto alla rottura di un vecchio tubo dell’acquedotto del diametro di 70 cm o se , invece, le perdite d’acqua del collettore in riva sinistra d'Arno, uno dei più importanti di Firenze e che adduce l’acqua fino alla vicina città di Prato, fossero in essere da tempo ed avessero già scavato in profondità sotto l’asfalto.

Una sola cosa è certa, davanti a questo disastro il cui risanamento si stima possa avere un costo di 5 milioni di euro ed oltre sei mesi di lavori senza sosta, prima che arrivino le piene autunnali dell’Arno. Firenze è un corpo fragile ma possiede anche una propria notevole capacità di resilienza, davanti ad eventi drammatici di ogni tipo.

I nazisti, durante la seconda guerra mondiale, minarono e fecero saltare in aria tutti i ponti e gli insediamenti che si trovavano in prossimità degli accessi al ponte Vecchio, a poche centinaia di metri dal Lungarno Torregiani.
La tremenda esondazione delle acque dell’Arno invase nel novembre 1966 la totalità del Centro storico fiorentino, creando danni e ferite sconvolgenti a persone, attività, edifici ed opere d’arte, che durano ancora nel tempo.
Una recente “tempesta” di vento e pioggia, assai simile ad un uragano caraibico, che ha colpito l’intera Toscana e Firenze ha distrutto l’anno scorso l’intero Parco urbano dell’Albereta ed ha colpito duramente il grande bosco urbano delle Cascine e gli alberi monumentali dell’Orto Botanico.

Tuttavia, coloro che studiano il territorio e che conoscono il mondo della Natura, sanno che esso ha bisogno di cure e manutenzione attenta e costante, il cui costo crescente, oggi, dipende da due fattori : l’intensità d’uso del suolo che facciamo a causa della rapida dinamica dell’urbanizzazione e dalla crescita delle infrastrutture e, il secondo, le sempre più frequenti e imprevedibili modificazioni del clima a livello locale e globale.

Dovremmo ormai saperlo da tempo e poiché le conoscenze scientifiche oggi hanno raggiunto un tale livello di predizione e di monitoraggio, dovremmo essere nelle condizioni per poter agire con saggezza e lungimiranza nei confronti dell’ambiente.

E invece, è proprio questa consapevolezza e visione che manca a chi ha la responsabilità di definire la ripartizione del bilancio finanziario per la tutela e la prevenzione dei rischi cui vanno incontro i beni pubblici, a livello centrale e locale. Sono quei moderni “consiglieri di frode” che rifiutano di accettare un cambiamento di paradigma nel modo di “fare sviluppo”, come ricorda Papa Francesco nella sua lungimirante Enciclica, gli occulti responsabili di eventi che, come questo, rischiano di mettere in ginocchio le nostre città; Firenze è fragile e la resilienza non è infinita.

 

Articolo e foto di Enrico Falqui



30.MAG.2016      Autore: Redazione
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