Progetto urbanistico di una favelas

L'esperienza Erasmus fatta a Lisbona mi ha fatto comprendere e maturare una nuova coscenza progettuale e scientifica di architettura emancipatrice, molto più vicina a quelli che sono i miei principi critici e sociali di vita, facendogli riacquistare quel significato che continua ad alimentare la mia curiosità.
Tali tematiche costituiscono un interesse costante di indagine, come testimonia la ricerca i tesi svolta subito dopo, nell'estremo sud del Brasile, nella città di Porto Alegre. La città confina con il Lago Guaiba dove si incontra un insieme idrografico chiamato Delta Jacui, formato da 16 isole di caratteristiche deltaiche.

L'isola “Ilha Grande dos Marinheiros” forma parte di questo insieme, ed è una delle isole più popolate per la sua estrema vicinanza con la capitale Porto-alegrense, dove si è consolidata negli ultimi 60 anni una favelas costituita da circa 1000 nuclei familiari.
Grava sull'isola la costruzione di un nuovo ponte che poggerà i suoi grandi pilastri proprio sopra la densa area di occupazione informale.
Più di 300 famiglie saranno sgomberate e ricollocate in altra destinazione generando una forte resistenza popolare e stati depressivi dovuti alla paura di perdita identitaria.

Sin dai primi momenti passati insieme alla popolazione favelada ho percepito una forte appartenenza comunitaria e ritrovandomi a partecipare a svariate riunioni cittadine , dialogando con la comunità, sono riuscito a comprendere la forte coscienza politica e ambientale del territorio che è propria degli abitanti dell'isola, riuscendo successivamente a decifrare tutti quei problemi sociali che affettano questa realtà creando una vera e propria bomba socio-economica.

Primeggiano tra questi la povertà dilagante ed omogenea, l’intolleranza sorta tra abitanti del centro cittadino e abitanti delle città informali e la relativa distanza tra le due reti sociali dovuta ad una mobilità ristretta entro i confini dell'isola.
Rinvenute queste esigenze ho elaborato un progetto di recupero di spazi pubblici con la partecipazione attiva, sia fisica che intellettuale, dei cittadini beneficiari chiamato “Open space to open mind”.

Soluzioni

1) La ricerca di spazi pubblici dove:

  • ricollocare le famiglie sgomberate

  • riavvicinare le due reti sociali attraverso la progettazione di un parco che vedrà la comunità ospitante beneficiare di nuove opportunità lavorative e la comunità cittadina potersi riappropriare di uno spazio al quale prima non aveva accesso.

  • spazi di condivisione oggi assenti, attraverso l'apertura di un nuovo waterfront e progetti di microplanning, non progettando una forma ma uno spazio sociale.

2) La collaborazione attiva della comunità sia decisionale che fisica:

  • Creare una sinergia tra la conoscenza dell'architetto e il senso di appartenenza della popolazione.

  • Creare una proprietà intellettuale di spazio fisico, garantendo una migliore gestione e longevità del progetto in futuro.

L'importanza che ha avuto la comunità nelle scelte progettuali è stata decisiva per la buona riuscita del progetto, la ricerca dei materiali all'interno di banche sociali sono servite ad abbassare i costi di costruzione.

Attraverso la realizzazione di attrezzature e spazi pubblici, seppur di genesi informale, si può innescare un processo di recupero delle parti abbandonate e più povere della città; parti in cui l'intera cittadinanza potrà frequentare le nuove attrezzature, costruendo condizioni di porosità dei tessuti urbani entro le quali si possano dare e si possano sospingere processi di percolazione reciproca dei diversi gruppi sociali.

Questi nuovi posti di lavoro, insieme alla progettazione partecipata di spazi pubblici oggi assenti, porteranno ad un miglioramento generale della qualità della vita, generando inoltre un riavvicinamento tra la rete sociale cittadina e la rete della favelas oggetto del progetto.

Tesi di Claudio Carbone, Relatore: Elio Trusani, Università di Camerino

 

Articolo di Claudio Carbone

 



22.APR.2016      Autore: Redazione
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