UN ESPLORATORE
MICHEL DESVIGNE

Se andate a vedere il suo sito internet non troverete un elenco di progetti, di fotografie, di testi, di riconoscimenti, come ci si aspetterebbe dal sito internet di uno dei più grandi architetti paesaggisti contemporanei. Se andate a vederlo, altro non troverete che una pagina bianca con su scritti pochi caratteri in nero: MDP/ Michel Desvigne Paysagiste, e poi un indirizzo, una mail e un numero di telefono.

Questo basta a definire Michele Desvigne. Un personaggio fuori dagli schemi, un francese che parla un italiano fluente e pacato, con la consapevolezza di chi negli anni ha sviluppato un proprio pensiero, e sa che questo non dovrà per forza piacere a tutti. Poesia e provocazione, ironia e narrazione, si sono avvicendate durante la lecture che ha tenuto alla Palazzina Reale di Santa Maria Novella il 22 marzo, in occasione della 5° Open Session on Landscape. Proveniente dalla Scuola Superiore di Paesaggio di Versailles, come Michel Corajoud e Jacques Simon, in 30 anni di carriera, Desvigne ha lavorato al fianco di architetti e archi-star come Rogers, Piano, Koolhas, Foster.

“Avendo raggiunto un punto intermedio della mia carriera, sento di non avere niente da mostrare. O almeno, niente che ricordi le immagini seducenti dei libri di architettura, nessuna reminiscenza di modelli fotogenici, niente che possa essere comparato alle paradisiache immagini generate dai computer che ingombrano le riviste specializzate. Il mio lavoro richiede pochi oggetti – idealmente proprio nessuno – e solamente materiali ordinari. Esso non comporta gesta eroiche di esecuzione o altre stravaganze. Si distingue, piuttosto, per una certa povertà.” (cfr. Natures Intermédiaires, 2009)

Secondo Desvigne, gli spazi pubblici urbani devono essere essenzialmente vuoti. Non si tratta dunque di aggiungere oggetti, quanto di giocare con le geografie, con le tessiture vegetali, imparando dalla natura stessa. In questi termini, non è possibile rappresentare un progetto con un disegno che mostra un luogo, in un futuro anno X non meglio identificato, in quello che si suppone sia il suo stadio finale e definitivo. Esistono diversi stati di maturazione ed ognuno possiede una propria qualità intrinseca: ad esempio, un parco giovane, appena piantato, è simile ad una sorta di vivaio accessibile, e può aiutare le persone a prendere confidenza con i nuovi spazi. No ai render, dunque. E sì ai prototipi, dove sperimentare densità e gestione delle coltivazioni, o a veri e propri giardini di prefigurazione, in scala 1:1, perchè “quando apri le porte alle persone, tutto può cambiare”.

Oltre a questi, molti altri sono stati i temi percorsi da Desvigne. Ancora due pillole, tratte dai suoi discorsi: cosa suggerisce ai giovani studenti di architettura? Di tenere un proprio quaderno degli schizzi e dei riferimenti, viaggiare, imparare a disegnare, a vedere, di fare progetti sobri e coerenti, non seguire le mode. Le regole? A volte, vale la pena non seguirle. “Come quando ho piantato un bosco di betulle in un cortile in centro a Parigi, con gli alberi a 30 centimetri dalle facciate, e questo non si fa... però sono passati 25 anni e il bosco è ancora là”.

 

Articolo di Sara Dei

 



14.APR.2016      Autore: Redazione
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