Gardens by the Bay
L'armonia tra arte, natura e tecnologia per un laboratorio di sostenibilità
parte 2

Sin dalle sue origini, la natura è sempre stata parte integrante del paesaggio urbano di Singapore, ma come già evidenziato (vedi articolo NIP “Gardens by the Bay - parte 1”), questo innovativo progetto ha completamente cambiato lo skyline della città. Obiettivo primario del concorso di progettazione era infatti quello di creare un grande parco urbano, capace di coinvolgere la comunità e di attirare i turisti, offrendo occasioni di passeggio e di svago, ma anche l’opportunità di conoscere ed ammirare l’immensa biodiversità accolta nei giardini, come un grande parco botanico di nuova concezione. Non più un percorso didattico da seguire secondo una logica predefinita, ma piuttosto una totale immersione nei colori, nei profumi e nel verde lussureggiante capace di attirare la curiosità del visitatore e spingerlo a leggere i piccoli cartellini con i nomi scientifici nascosti tra le foglie, stimolando così un’informazione spontanea e creativa.

Prendendo spunto dal mondo delle piante e dalla loro capacità di condividere spazi e risorse, i Gardens by the Bay cercano di suscitare nel pubblico una visione del mondo basata su integrazione, convivenza e sostenibilità, da sempre i pilastri su cui si fonda la società del piccolo stato del Sud-est asiatico.

Per poter quindi attirare l’attenzione su questa nuova esperienza urbana erano necessarie delle strutture con funzione di eye-catcher in grado non solo di essere visibili da lontano e di incuriosire il passante, ma soprattutto di rimanere poi nel suo immaginario e nella sua memoria. Obiettivo perfettamente centrato dal team di Andrew Grant, attraverso la realizzazione delle due grandi strutture in vetro e degli innumerevoli “superalberi” in acciaio e cemento disseminati nel parco, che devono le loro forme a considerazioni di tipo estetico, funzionale, economico ed educativo.

Le due grandi serre fredde sono il corrispettivo equatoriale delle tradizionali glasshouses, nelle quali generalmente vivono piante abituate a climi caldi ed umidi. Entrando all’interno di queste enormi strutture, la prima impressione è quindi totalmente inaspettata… un refrigerio ristorativo che fa immediatamente percepire quanto il clima esterno sia in realtà rovente! Con questa sensazione di benessere il percorso che si snoda nelle due grandi strutture diventa quasi un giro intorno al mondo, dagli ulivi e le piante aromatiche del Mediterraneo ai baobab dell’Africa, dall’insolita vegetazione australiana alle palme delle Canarie, passando anche per il Nord e Sud America. Una vera e propria rivoluzione concettuale, che le fa risultare le più grandi serre a clima temperato del mondo.

Ma tra le due, è la Cloud Forest che regala la sorpresa maggiore. Un enorme sperone di roccia sul quale si può salire con un percorso ripido e sinuoso, per arrivare sino alla sommità in una sequenza di rapidi cambiamenti vegetazionali, come un viaggio iniziatico nel tempo e nello spazio, che conduce sulle cime più alte del mondo e permette un balzo indietro nel tempo tra i fossili viventi dell’era dei dinosauri. Da quassù precipita una cascata di 40 metri di altezza (la più alta del mondo di questo genere), che oltre a creare uno straordinario effetto scenografico, permette l’equilibrio idrico dell’intera struttura e consente di mantenere costante il microclima adatto alla vegetazione presente, con una temperatura diurna che oscilla tra i 23 e i 25°C con un’umidità superiore all’80%. Un altro straordinario esempio di utilizzo dell’acqua come elemento estetico e fruitivo, ma al contempo con funzioni ecologiche ed energetiche.

Ciò che però senz’altro ha un maggiore appeal sia nella sua veste diurna che in quella notturna, è l’insieme dei supertree che troneggiano nel parco, fondendo mirabilmente natura, arte e tecnologia. Alti tra i 25 e i 50 metri, questi giganti buoni sono diventati l’emblema stesso del parco, ma al contrario dell’Albero della Vita realizzato ad EXPO, che a loro chiaramente si ispira, il loro non è solo un apporto estetico/scenografico, ma racchiudono in sé molteplici e fondamentali funzioni, tanto da meritare l’appellativo di “pilastri della sostenibilità”. Alcuni di loro sono in grado, infatti, di produrre energia solare, grazie ai pannelli fotovoltaici posti sulla sommità, altri, grazie a complessi sistemi di turbine, generano elettricità dal flusso dell’acqua piovana raccolta ed altri ancora hanno la funzione di camino per aspirare aria calda dalla serra temperata. La loro struttura reticolare esterna, inoltre, non è guscio sterile, ma una pelle vivente, che ha fatto del recente interesse per i giardini verticali un’occasione di sperimentazione di nuove opportunità di conservazione, attraverso le sue 163.000 piante provenienti da oltre 30 paesi nel mondo, che sono in grado di vivere e far bella mostra di sé lungo i “tronchi” di questi “superalberi”.

L’intero parco è quindi un vero e proprio laboratorio di sostenibilità, basato su un forte quanto spettacolare contrasto tra naturale ed artificiale, dove la maestosità del design è funzionale al risparmio energetico e alla tutela della biodiversità e dove la tecnologia si mostra con tutta la sua potenzialità innovativa. Un intervento imponente ed oneroso, ma che, come la stessa amministrazione della città ha voluto sottolineare, è un intervento che non avrebbero potuto realizzare se il progetto non fosse andato al di là del lusso e dello sfarzo, mentre, proprio per il suo potenziale sociale, economico, ambientale e culturale, va inteso come un’opportunità, come una nuova esigenza della nostra società.

 

Articolo e foto di Francesca Calamita

 



21.MAR.2016      Autore: Redazione
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