D'ARIA, D'ACQUA, DI LUCE
Nuova Zelanda, una casa a testa in giú

Seguire i ritmi della natura, ma soprattutto ricercare uno stile di vita diverso, lontano dalle logiche di mercato e dai meccanismi di un “modello occidentale” sempre più insostenibile. Su una posizione politica prima ancora che ecologica o economica si è basata la scelta del luogo e delle modalità di costruzione e gestione di una azienda agricola perfettamente integrata nell’ambiente e nel paesaggio della Nuova Zelanda. La proprietà, 28 ettari a picco sulla Bay of Islands, si trova in una zona costiera classificata ad elevata sensibilità, dove i permessi di costruire vengono centellinati con parsimonia.

Antonio Pasquale, italiano approdato oltre 20 anni fa in Nuova Zelanda con una laurea in filosofia e una dose di avventuroso spirito innovativo, racconta così quella che non è stata solo la costruzione di una casa dove crescere tre figlie nate agli antipodi, ma una proposizione ideologica e un approccio olistico alla creazione di una azienda autosufficiente che comprendesse abitazioni ed edifici di servizio, un proprio “paesaggio alimentare”, ma anche vasti spazi incolti boscati e persino una spiaggia, il tutto nella più completa indipendenza energetica e idrica.

Il progetto Waitata Bay, realizzato tra il 2002 e il 2006, è stato elaborato in collaborazione con Gary Underwood, noto soprattutto come progettista di barche e profondo conoscitore dei sistemi costruttivi tradizionali polinesiani, architetture aperte in cui la vita risuona come in uno strumento musicale, con un concetto di privacy molto lontano dal nostro. L’abitazione principale (Homestead), così come il Koru, la casa circolare adibita a foresteria, è costituita da una struttura portante formata da colonne in legno alte 12 metri. Ognuna è un unico, enorme tronco di Greenheart (Chlorocardium rodiei) un legno estremamente resistente usato nella costruzione di barche e strutture marine, praticamente immune dagli attacchi di insetti e funghi. Gli edifici sono stati concepiti per occupare lo spazio come volumi di aria e di luce, disegnati da una linea curva continua che accomuna le pareti interne ed esterne e gli arredi, tutti realizzati su misura. I materiali principali sono il legno e il vetro, in grandi lastre curvate.

Il tetto, di 600 mq, superando il concetto di “verde pensile”, è una pesante struttura attiva che funziona come una batteria, accumulando calore in estate e cedendolo alla casa in inverno. La copertura vegetale, realizzata solo con piante native che creano un ambiente favorevole alla biodiversità, insiste su uno spessore minimo di 50 cm: 300 metri cubi di substrato sabbioso-limoso che cominciano a cedere acqua solo dopo tre giorni di pioggia continua, le leggendarie heavy rains neozelandesi.

Le acque meteoriche non sono raccolte direttamente, ma convogliate nel prezioso sistema di acque di superficie, che poi vengono utilizzate a valle, insieme a una falda situata 30 metri sotto il livello del mare, per l’approvvigionamento idrico del complesso. Novanta pannelli fotovoltaici, rivolti a nord e ad est, arrivano a produrre fino a 12 kW, coprendo interamente il fabbisogno energetico della fattoria.
I nuovi Hobbit abitano qui.

Articolo e foto di Enrica Bizzarri

 



17.FEB.2016      Autore: Redazione
CONDIVIDI