Architetture vive
Dalle siepi topiate ai moderni edifici verdi

Già ampiamente usata nella Roma antica, nel giardino italiano rinascimentale l’ars topiaria conosce la sua maggiore fortuna, costruendo le geometrie di un paesaggio razionale; per Pietro Porcinai diventa un mezzo per rileggere la storia in chiave moderna, ribaltando il rapporto tra linea e superficie, pieno e vuoto. Essa è una costante della tradizione paesaggistica italiana.
L’uso dell’elemento vegetale per la costruzione di vere e proprie architetture non è quindi un argomento nuovo, anzi, la sua lunghissima tradizione fornisce un ampio spettro di possibilità sceniche.
Belle e sostenibili, le piante non solo possono contribuire all’organizzazione spaziale del paesaggio ma, in quanto esseri viventi, aggiungono ad esso un fattore unico: il tempo. Esse crescono, cambiano colore, si spogliano e si ricoprono in base ai ritmi stagionali.
Alcune recenti esperienze hanno saputo esaltare la vitalità di queste architetture verdi, concedendo al tempo di modificarle e, perché no, distruggerle.

“La natura è una struttura da cui partire, per poi costruire” così descrive la sua poetica Marcel Kalberer. Le sue sono vere e proprie architetture viventi, che modellano un dentro e un fuori come la tradizionale architettura pesante ma le cui forme si modificano con i ritmi propri della natura, lasciandosi investire dalle masse vegetali e cambiare colore con il susseguirsi delle stagioni. All’inizio è solo lo scheletro (di salice o bambù), il tempo lavora alla costruzione del tetto e delle pareti. Ogni opera è un evento collettivo: il gruppo costruttivo-artistico sanfte strukturen (strutture morbide), ha sviluppato tecniche sociali di costruzione con materiali naturali, e coinvolge i volontari nel dare vita a questi giganti verdi.

Diversa è l’opera di Giuliano Mauri: la sua idea di partenza fu di “giocare con i rami” come lui stesso ha affermato, scolpire con la natura che, alla fine, prenderà il sopravvento. I suoi interventi hanno un carattere intimistico e spirituale; ha operato trasformazioni morfologiche ma non sostanziali del paesaggio; basti pensare alle ottanta colonne sovrastate da archi a sesto acuto che compongono la cattedrale vegetale: un altro paesaggio con gli stessi elementi. Ha creato scenari spettacolari ma marcescibili, sfidando le categorie mentali che vogliono l’arte immortale e collocata nei musei.

Le opere di questi artisti hanno ispirato più recenti realizzazioni.
Tra le altre quella proposta nell’Aprile del 2014 al Fuorisalone della Milano Design Week dall’azienda agricola Zenone all’interno dell’evento Green Utopia. Si tratta di una cupola mobile di salice vivo, composta da moduli separati che la rendono trasportabile. Non è inserita in un paesaggio e non interpreta lo spirito del luogo, è una vera e propria scenografia vegetale da applicare a differenti contesti.

Continuare a sperimentare in questo campo è certamente vantaggioso: invece di investire risorse preziose, queste strutture determinano positivi processi vegetativi quali l’assorbimento di anidride carbonica, la formazione di massa vegetale, la produzione di ossigeno, la regolazione climatica, la depurazione dell’aria, l’accumulo idrico, il dinamismo e la vitalità espressi dal continuo mutare dell’immagine ambientale.

 

a cura di Lorenza Fortuna

 

 



29.OTT.2014      Autore: Redazione
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