RADICI di agricoltura urbana
L'intreccio di culture e saperi nell'orto diventa integrazione

A pochi passi dal centro storico di Ragusa, in Sicilia, all’interno del quartiere della Sacra Famiglia, c’è un piccolo rione conosciuto come Ovo per la sua forma ovale, che grazie alla presenza ed alla sinergia fra tre locali presenti in zona (Prima Classe, Delicatessen e Le Formiche), sta vivendo un fermento culturale senza precedenti.

Tra concerti live, mostre d’arte contemporanea e di fotografia, laboratori, artigianato locale e pranzi conviviali rigorosamente a Km0, a Maggio, nel vicino cortile di un centro d’accoglienza per richiedenti asilo è nato un progetto ambizioso che ha l’obiettivo di trasformare uno spazio verde in disuso in un orto sociale sinergico colorato e produttivo, che oltre a migliorare la qualità del tempo delle ospiti ne favorisca l’integrazione e la collaborazione senza differenze di cultura, etnia ed età.

...senza differenze di cultura, etnia ed età

Il progetto nasce dall’idea degli operatori e delle ospiti del Centro d’accoglienza “Vivere la vita” che in un’ottica di condivisione, rinnovamento, integrazione, socializzazione e crescita hanno sentito l’esigenza di aprirsi verso la comunità locale e realizzare un orto condiviso all’interno del proprio cortile.

«Abbiamo deciso di chiamare questo progetto “Radici” per la necessità di ogni essere umano di poter fondare la propria esistenza su basi solide, con particolare riferimento ai migranti che per destino o volontà si trovano ad essere “sradicati” dalla loro terra d’origine» afferma Peppino Lissandrello, uno degli ideatori del progetto ed esperto in agricoltura sinergica.

at work

L’utilizzo dell’agricoltura sinergica in questo angolo della Sicilia, dove la serricoltura per anni è stata la punta di diamante di una fiorente economia, vuole essere un primo passo verso un cambiamento significativo prima di mentalità poi di modello produttivo; un rinnovamento culturale.

Questo tipo di agricoltura, che prende in considerazione i vantaggi della sinergia tra diverse piante, è la forma di coltivazione più naturale tra quelle conosciute, perché lavora con le dinamiche di fertilità naturali del suolo. Infatti il suolo mantiene e migliora la sua fertilità grazie ai residui organici ed alla attività chimica di un certo numero di piante consociate (leguminose  che, tramite un batterio che cresce nelle loro radici, hanno la capacità di fissare l’azoto atmosferico nel suolo, liliacee che hanno la capacità di tenere lontani i batteri per le loro caratteristiche chimico-biologiche, verdure comuni al centro della zona seminata) che vengono piantate densamente in uno stesso bancale e all’utilizzo della pacciamatura naturale, come paglia, foglie secche e simili, che serve a stimolare processi di auto aerazione e auto fertilizzazione.

Le prime insalate!

Questo metodo di coltivazione, elaborato dalla spagnola Hazelip e ampiamente riconosciuto dai più aggiornati studi microbiologici, è concettualmente molto vicino al concetto di integrazione sociale in quanto entrambi si fondano su un principio basilare di umanità e collaborazione in cui la diversità è ricchezza e migliora la qualità della vita di ciascun individuo e nel caso dell’agricoltura le qualità della pianta stessa.

La realizzazione del progetto, durato più di un mese, ha visto una prima fase progettuale a cui è seguita la preparazione del terreno e dei bancali, la sistemazione dell’impianto d’irrigazione e in fine la piantumazione di tutte le specie orticole, aromatiche e non solo. In questo intenso percorso di fondamentale importanza è stata sia la collaborazione di attività locali e istituti bancari sia l’apporto professionale di fotografi (Vincenzo Cascone e Manuela Vargetto), paesaggisti (Alessio Bracchitta e Salvatore Bufalino) e volontari cha hanno deciso di collaborare fianco a fianco e condividere le emozioni e il sudore con tutti i partecipanti al progetto.

Il gruppo di volontari e ospiti

Il comune denominatore di questa prima esperienza di orto condiviso è stato il valore sociale e l’aggregazione; ogni spazio verde poco conosciuto o addirittura abbandonato può divenire un angolo in cui far sbocciare un fiore, coltivare un frutto, condividere progetti ed idee, incontrarsi e socializzare, vivere all’aria aperta e aumentare la qualità ambientale e paesaggistica delle nostre città.

 

Testo di Alessio Bracchitta e Salvatore Bufalino
Foto di Manuela Vargetto e Salvatore Bufalino



05.LUG.2014      Autore: Redazione
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